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L’orso

 

 

Mia moglie non si stancherà mai di ripetermelo: “Tu sei proprio un orso, le cose che fai, ti piace farle da solo!”

Ebbene, ha ragione al novantanove per cento, o quasi. Il punto è che dividere il mio tempo libero, che è sempre meno, con persone che, alla fine della fiera, anche se non lo fanno di proposito, con le loro proposte e decisioni che vanno sempre e puntualmente in contrasto con le mie, mi rompe le palle!

E successo molto ma molto raramente che andassi completamente d’accordo con un’altra persona per quanto riguarda il tempo libero e gli hobby.

A tal proposito, da quando non mi sono più incontrato con ESC, il mio istinto d’orso polare si è ancora di più acuito!  L’ho quasi coltivato con orgoglio, diciamo!

Ed il punto è che ne ero, e ne sono tutt’ora, quasi completamente fiero, come quando studi fino all’inverosimile e finalmente riesci a passare, ovviamente di pura fortuna, un esame.

Dato che la vita è semplicemente varia in funzione dei personali ‘balin’ di ognuno di noi, è parimenti gradevole o quasi, a fronte di una bella giornata, farsi una corsetta, un giro in mountain bike, fumarsi un sigaro seduto su un prato e lasciare che la mente cominci a volare per i fatti suoi, senza controllo ed in libertà.

C’è stato un periodo, qualche anno fa che, con alcuni colleghi d’ufficio, ci eravamo intrippati con la bicicletta da corsa. Devo proprio ammettere che facemmo dei giretti di tutto rispetto soprattutto in montagna. Non dico che entravamo in competizione tra noi perché non facevamo assolutamente a gara, ma poi ci divertivamo nei giorni a seguire nel mimare le nostre reciproche facce devastate dalla fatica e dal sudore!

Il momento ciclistico più ilare l’ho vissuto con uno di questi miei colleghi, Biro detto anche Zio Pil, quando, un freddo inverno, ci eravamo trovati per un consueto giretto in bicicletta. Eravamo affiancati mentre, pedalando, scambiavamo quattro parole. Ad un tratto, senza alcun preavviso da parte sua, il mio compagno di 'sventura' porta la mano destra, adeguatamente protetta da un guanto di lana al naso e soffia, con una potenza pari ad un jet in decollo, come se fosse un fazzoletto.

Con noncuranza e continuando a parlare, guarda fiero l’abbondante ‘prodotto’ erogato dal suo onorevole naso (in tutta onestà sembrava più che uno scatarro un’opera di alta ingegneria) e si asciuga sul giubbotto di lana che aveva addosso, spalmando il prodotto organico poc’anzi erogato su di esso.

Feci soltanto una cosa… frenai e rallentai al fine di non omaggiare la mia vista di cotal funesto liquido gelatinoso.

Ancora oggi, ricordando quell’episodio, ridiamo a crepapelle.

 

Un’altra volta organizzammo un giro a Punta Aquila. Peccato che il nostro capo ufficio di allora, Ferr (che quando si incazzava la voce assumeva toni talmente acuti che sembrava che urlasse una donna), andò prima in macchina fino all’inizio della salita per poi farsi trovare in punta rilassato e tranquillo.