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Si fa sul serio

 

 

… adesso cominciamo a divertirci! Già, ma come?

Pensai anche a darmi al modellismo dinamico. Comprai diversi libri e mi informai nei vari negozi di modellismo per realizzare un aeromodello. Pensavo che la soddisfazione di fare volare un aeromodello potesse essere gratificante. Un bel giorno un amico di mio padre, Gam, mi regalò un piccolo motore a scoppio per radiomodelli. Che bello era quando lo mettevo in moto! Ricordo che mia mamma correva sempre per farmelo spegnere in quanto faceva un rumore infernale.

Ragionando però avrei fatto volare qualcosa ma non avrei volato io! Macchè dai, mi dedicherò all’aeromodellismo dinamico quando sarò sufficientemente anziano a non riuscire più a pilotare un qualcosa che, più avanti, in questo noioso racconto, scoprirete.

Il parapendio, nel frattempo, aveva preso notevoli posizioni nella mia personale classifica, ed allora andiamo ad analizzare il deltaplano ed il parapendio. Pregi e difetti.

Il deltaplano è molto più efficiente di un parapendio, è più veloce ma costa un po’ di più. Il problemone è che, una volta chiuso, si presenta come un grosso tubo inserito in un apposito sacco. Bisogna sempre dipendere da una macchina o simili che ti porti su un sito di decollo. Il parapendio è si meno efficiente, però ha un costo più contenuto e, udite udite, una volta chiuso, si ripone in una specie di zaino che contiene anche l’imbrago e vari altri aggeggi, te lo metti in spalla e raggiungi con una bella camminata il sito di decollo. Apri tutto e ti lanci! Cavoli, più facile di così! Eppoi si vola, non c’è una carlinga attorno al pilota, sei tutto libero nell’aria, come un uccello (quelli che volano, intendo). Ma daiiiiiiii, il parapendio è il mezzo che fa per me.

Ok, è fatta! “Alea iacta est” avrebbe detto Garibaldi … pardon, Giulio Cesare!

Avevo contattato un istruttore di una scuola di parapendio già qualche anno prima ma, all’epoca, frequentavo l’università ed il tempo per frequentare una scuola di volo non c’era. Fu una rinuncia davvero pesante, davvero un macigno cadutomi sulla testa! Ecco, ora partiva la riscossa verso tante rinunce e sacrifici passati a studiare argomenti che, in tutta sincerità, mi interessavano ben poco.

E’ stato bello, molto bello quando mi sono iscritto! E’ stata una vittoria, una liberazione interiore. Finalmente potevo raggiungere un traguardo che inseguivo da tanti e tanti anni.

Iniziò così una meravigliosa avventura che, a distanza di lustri, continua a perdurare ancora adesso.

Seguirono quindi le lezioni di teoria e di pratica in un campetto con un leggero declivio che permetteva di cominciare a capire come reagiva una vela alla resistenza del decollo.

C’era un ragazzone grande e grosso, che chiamavamo Nembo Kid, ed una di quelle tante volte al campetto, mi diede una energica spinta dopo che avevo tirato su la vela. Quella fu la prima volta che mi alzai dal suolo con un parapendio. Intendiamoci, feci un voletto di pochi secondi, alzandomi di qualche metro, ma pur sempre era volare! Ricordo che il pomeriggio di quel giorno vidi la mia fidanzata, ora mia moglie, e le ruppi le scatole fino a che tornai a casa.

Anni prima, tramite un mio amico di infanzia, Gino, feci un volo su un piper dell’Aeroclub di Torino, pilotato dal padre di un suo amico. Andammo a fare un giro sulla Sagra di San Michele, in valle di Susa. Mi fece provare anche una bella picchiatina con conseguente rivoltamento dello stomaco! Ma che godere!

 

Dopo innumerevoli esercizi in campetto, passammo ad un volo cosiddetto intermedio. Andammo in montagna, dove di declivi ce n’erano a non finire, e li mi alzai di qualche decina di metri per una quindicina di secondi. Promosso! Si, ammesso al primo volo alto. UAU!

 

Il primo volo, di tanti voli alti, lo feci a Val della Torre. Dopo il briefing effettuato in atterraggio, caricammo tutta l’attrezzatura sulle macchine e ci dirigemmo verso il decollo. L’abisso che, metro dopo metro, si stava aprendo era quasi terrificante. Ma io mi dovrei lanciare da lassù con questo dislivello? Accidenti! Fu in quel momento che la paura prese il posto dell’entusiasmo.

Il mio corso di volo era composto da un dozzina di ragazzi. Ad ognuno di noi era stato assegnato uno pseudonimo in funzione delle ‘caratteristiche’ che singolarmente avevamo. A me avevano affibbiato ‘Emergenza’ perché rompevo sempre le scatole affinchè mi assegnassero un imbrago provvisto di paracadute di soccorso, detto emergenza. Ancora oggi, se mi capita di vederne qualcuno, mi saluta dicendomi: “Ciao Emergenza!”.


La prima volta in decollo, ad uno ad uno, ci preparammo sotto l’occhio vigile dell’istruttore presente in decollo. Dato il momento non troppo tranquillo, ci controllò attentamente che tutto fosse agganciato a dovere, che le vele fossero correttamente posizionate.

Soffiava un discreto vento, che allora mi sembrava esagerato ma che in realtà era appena sufficiente per non correre troppo prima di decollare. Stavo entrando in un mondo per me completamente nuovo, tanto agoniato e, in fin dei conti, sconosciuto. Eppure c’era qualcosa che non andava per il verso giusto. Forse era l’istinto di sopravvivenza che cercava di comunicarmi qualcosa, o forse era solo paura.

In ogni caso ero in ballo e quindi dovevo cominciare a ballare!

Toccava a me decollare. A me! Ero già imbragato, concentrato ed attento ad ogni particolare, ad ogni piccolo dettaglio, e nel contempo non capivo un sacrosanto cazzo!  La vela preparata e correttamente stesa al suolo, imbrago ok, aggancio alla vela ok, prova radio ok, le bretelle ed i freni correttamente impugnati, check list a posto e …

“… ok Glìcole, il vento è buono, quando vuoi…”.

 

Ecco le parole dell’istruttore, quelle parole che pesano più di una intera montagna, che non dimenticherò mai!